Giorgio Amendola e l’articolo 1 della Costituzione

“Il mio nonno materno era un mazziniano romano, mio nonno Pietro fu garibaldino. Mio padre fu democratico antifascista. Io sono comunista. Mazziniani, garibaldini, antifascisti, comunisti: questa è la storia d’Italia!”
Sono parole di Giorgio Amendola e rispecchiano perfettamente lo spirito e la cultura da cui proveniva il Padre Costituente, comunista quasi per caso, riformista, europeista, oppositore degli estremismi del 1968.
Romano, nato nel 1907, suo padre, il ministro liberale Giovanni, morì in Francia in seguito ad un pestaggio ad opera dei fascisti.
Giorgio, poco più che un ragazzino, si trovò davanti alla barbarie delle camicie nere e per questo per tutta la vita si ritenne prima di tutto un antifascista.
Durante la preparazione della sua tesi di laurea in Giurisprudenza si avvicinò alle idee marxiste e a Emilio Sereni, ricercatore in agraria. Da allora la sua azione politica sarà rivolta agli interessi dei contadini e al movimento proletario a cui resterà vicino per tutta la vita.
A Giorgio Amendola si deve il radicamento del partito Comunista nel sud Italia, fu infatti segretario del partito in diverse regioni del mezzogiorno. Grazie a lui la “Questione meridionale” e la questione contadina diventarono battaglie di primo piano nel partito anche a livello nazionale.
Inizialmente di cultura liberale, ereditata dal padre, divenne comunista dopo aver riflettuto a lungo sulle cause che avevano portato il fascismo ad imporsi in Italia.
 “Io sono diventato comunista, da liberale che ero, perché il comunismo mi diede questa risposta: Gramsci mi diede questa indicazione e ci dimostrò quali erano le cause, i motivi di questa tragedia, che cos’era il fascismo, e come esso non fosse caduto dal cielo”.
Oppositore del fascismo, durante gli anni del regime, dopo essersi iscritto al Partito Comunista, fu condannato al confino a Ponza. Rimase lì 5 anni. Dopo un soggiorno a Parigi fu presente al IV Congresso del Partito Comunista a Colonia, in Germania.
Tornato in Italia divenne esponente di spicco del Partito Comunista Italiano e durante la resistenza partecipò attivamente alla liberazione di Milano.
Fu sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nei governi Badoglio e nel primo  De Gasperi.
Eletto all’Assemblea Costituente tra i comunisti, nel corso della sua carriera politica sarà un riformista, attento all’unità della sinistra italiana e sarà anche un europeista convinto.
Ma è ai lavoratori che Amendola dedicherà la vita, è al movimento operaio il suo eterno pensiero.
È il 20 marzo 1947, il progetto di Costituzione Italiana è giunta in aula dopo essere stata lungamente dibattuta nella sottocommissione.
L’Assemblea Costituente esamina, prima della votazione, l’articolo 1° della Costituzione, il più discusso e il più importante, l’articolo che identifica il nostro paese.
Democristiani, liberali e comunisti sono in disaccordo sull’Italia “Repubblica democratica di lavoratori”.
Le ideologie e gli interessi in ballo sono molteplici, l’articolo viene scritto e riscritto più volte.

Nei lavori della sottocommissione, per primo era stato Aldo Moro, esponente della Dc, a chiedere che la costituzione nel suo primo articolo richiamasse il lavoro come fondamento della Democrazia.
Giunto in aula, su ispirazione di Palmiro Togliatti (PCI) l’articolo 1° che sta per essere votato è formulato in questo modo: “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori” .
Messa ai voti dinnanzi all’Assemblea plenaria, la “Repubblica democratica del lavoratori” viene battuta 227 contro 239. Amintore Fanfani (Dc) propone un nuovo testo,  i comunisti appoggiano la Dc.
L’articolo 1° è approvato nella nuova formulazione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
Dal racconto stenografico dei lavori in Assemblea, apprendiamo l’intervento di Giorgio Amendola:
“Onorevoli colleghi […] Io non starò quindi a riprendere gli argomenti sostenuti con molta autorità dai colleghi che mi hanno preceduto […] a favore dell'emendamento proposto dall'onorevole Togliatti nella prima Commissione al primo capoverso del primo articolo e per il quale questo dovrebbe essere così formulato: «L'Italia è una Repubblica democratica di lavoratori». Mi limiterò invece ad esaminare più modestamente le obiezioni e le critiche che a questo emendamento sono state opposte dagli oratori di alcune parti di questa Assemblea.
Le obiezioni, le critiche, e anche le esitazioni e le preoccupazioni che sono state avanzate, si possono dividere in due gruppi: quelle mosse da oratori di parte liberale e qualunquista, e che sono obiezioni di merito, che contestano non solo il nostro emendamento, ma anche il terzo capoverso del primo articolo; e quelle espresse da altri colleghi di parte democristiana, che approvano il terzo capoverso, ed hanno anche presentato un emendamento per cui la Repubblica democratica dovrebbe essere «fondata sul lavoro», ma che esitano ad accettare l'emendamento da noi proposto nella forma chiara e semplice di «Repubblica democratica di lavoratori».
Giorgio Amendola parla in aula. Il suo è un intervento duro ma appassionato.
Secondo la tesi del padre Costituente, i no alla “Repubblica di lavoratori” provengono dal vecchio liberalismo e dai grandi proprietari terrieri spaventati da una costituzione che, sancendo nel primo articolo l’importanza del lavoro e dei lavoratori, potesse aprire le porte alla riforma sociale ed economica sognata dalla sinistra italiana.
“Com'è melanconico ricordare oggi, di fronte a queste posizioni, i propositi espressi da molti amici liberali negli anni della cospirazione, quando essi riorganizzarono nuovamente il loro partito e quando, nelle lunghe discussioni che hanno intessuto la nostra vita di cospiratori, si affannavano a precisare che il loro non era un ritorno al vecchio liberalismo, ma l'affermazione di un nuovo liberalismo che si alimentava di nuove concezioni sociali; che il liberalismo non voleva dire necessariamente liberismo, libertà politica non voleva dire libertà per i monopoli, ed il liberalismo poteva essere accompagnato da una politica di solidarietà sociale.
[…]  Vi è in questa posizione non tanto l'eco delle vecchie posizioni dottrinarie, quanto l'eco delle preoccupazioni dei grandi proprietari agrari che temono le riforme agrarie, dei grandi monopolisti che temono la riforma industriale, le nazionalizzazioni ed i consigli di gestione; l'eco delle preoccupazioni dei grandi affaristi e degli speculatori che temono che una Costituzione che si inizia con le parole chiare e precise di «Repubblica democratica di lavoratori» sia una Costituzione che apre la via a quel rinnovamento sociale ed economico che essi non vogliono, perché colpirebbe i loro interessi privilegiati, le basi delle loro posizioni egemoniche da essi occupate nella vita del Paese.”
Prosegue Amendola, sempre quel 20 marzo:
Il popolo ci domanda che la Costituzione italiana sia una Costituzione che possa impedire ogni ritorno di fascismo, sia una Costituzione che dia all'italiano garanzie di piena e sicura libertà.
La sola garanzia valida che può essere data al popolo italiano, giustamente indignato e preoccupato, la sola garanzia seria di libertà e di democrazia può essere fornita da quelle misure che impediranno che nella vita del Paese i gruppi privilegiati che ieri hanno dominato possano continuare a dominare; e queste misure concrete — riforma agraria, riforma industriale, piano economico, consigli di gestione — trovano il loro presupposto nella formula che noi domandiamo sia proclamata all'inizio della Costituzione, quale orientamento del nostro lavoro, come guida ed orientamento per la nuova via che il popolo italiano dovrà seguire, per la nuova via che sarà aperta dalla Costituzione che stiamo elaborando.”
Alla fine, come abbiamo già detto, l’articolo 1° nella versione “Repubblica democratica di lavoratori“ fu bocciato ed emendato.
Pur se con un compromesso proposto da Fanfani, comunisti e Democrazia Cristiana si convinsero per il nuovo testo, l’attuale, il più famoso della nostra costituzione, non solo perché è il primo.
La “Repubblica democratica fondata sul lavoro” rappresenta la nostra identità, non è uno slogan o una conquista della sinistra che per esso si è battuta in costituente.
Alla fine liberali, cattolici, socialisti e comunisti furono d’accordo nell’aprire la nostra costituzione con il lavoro, fondamento della nostra Repubblica.
Sempre Amendola insiste in Assemblea, e la fine del suo intervento sembra essere un pensiero pieno di lungimiranza, aperto e rivolto al futuro.
“[…] Non abbiate paura, colleghi, e se credete veramente che il lavoro è il fondamento della Repubblica, non nascondete, vergognosamente, pudicamente, questa affermazione nelle pieghe di un capoverso che pochi leggeranno, ma proclamatelo solennemente, direi orgogliosamente, nella prima riga della Costituzione, in una dichiarazione che tutti gli Italiani conosceranno e che dia a tutti i lavoratori la certezza o la fede nell’avvenire democratico del nostro Paese”.

Giorgio Amendola, oltre che Costituente e politico fu anche scrittore. Nelle sue opere emerge il ricordo del confino e del carcere, il dolore di chi, a causa delle sue idee, è costretto alla solitudine. Ma non si pentì delle sue scelte, anzi, come era solito ripetere: “Sono pronto ad ogni destino”.
Oggi il Partito Comunista di cui Giorgio Amendola fu un esponente di primo piano non esiste praticamente più in Italia. Per tutta la sua vita Amendola perseguì l’unione tra socialisti e comunisti, un partito che unisse la sinistra italiana e il movimento operaio. Non riuscì nell’impresa, d’altronde, nel dopoguerra i tempi non erano maturi. Amendola fu un grande comunista, anche se all’inizio poco convinto. Così ricorda lui stesso quella scelta:
“La mia fu una decisione travagliata. Ci pensai su quasi due anni. Perché in fondo il mio gruppo era costituito dagli antesignani di Giustizia e libertà. Se non fossi diventato comunista, sarei diventato uno di Giustizia e Libertà. Ma quando Ernesto Rossi venne a cercarmi perché organizzassi a Napoli Giustizia e Libertà, io m’ero ormai deciso a iscrivermi al Partito Comunista. Infatti, mi ci iscrissi dieci giorni dopo, il 7 novembre 1929”.
Da quel giorno di novembre il popolo comunista amò tanto Giorgio Amendola, uomo di ideali veri, combattente prima per la libertà e poi per i diritti dei lavoratori.
Il 20 marzo del 1947, nel suo intervento in aula, Amendola paragonò la nostra costituzione a un edificio in costruzione, una casa per il popolo che ha come insegna l’articolo 1°.

Riccarda Lopetuso

 

 

 

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