Giorgio La Pira, il "sindaco santo"

I detrattori, all’interno e fuori dalla Democrazia Cristiana li chiamano “professorini”: sono profondamente religiosi, cresciuti politicamente e spiritualmente al fianco di Padre Agostino Gemelli alla Cattolica di Milano e hanno come loro leader Giuseppe Dossetti. I professorini dossettiani, presenti nell’Assemblea Costituente, incaricata di redigere il progetto di Costituzione, sono particolarmente attenti all’acquisizione e alla tutela dei diritti sociali delle persone: apporteranno un contributo fondamentale alla stesura degli articoli 1, 2 e 7 incentrati rispettivamente sui principi della Democrazia, della Solidarietà e dei rapporti tra Stato e Chiesa. Nel gruppo dei dossettiani figurano personalità di spicco come Amintore Fanfani, Giuseppe Lazzati e Giorgio la Pira che per la sua fede, nel corso degli anni, sarà soprannominato “il sindaco santo” di Firenze.

Siciliano d’origine, laureato in Diritto Romano all’Università di Firenze, è Sindaco del capoluogo toscano in due momenti diversi, dal 1951 al 1957 e dal 1961 al 1965. In qualità di primo cittadino lascerà un segno indelebile nella città toscana, dalla ricostruzione di importanti infrastrutture, distrutte durante gli anni della guerra, all’edificazione di scuole e case popolari.

Per Giorgio La Pira la fede ricopre un ruolo fondamentale, tanto nell’azione politica quanto nella vita. A vent’anni è terziario domenicano – ossia un “frate laico” - e qualche anno dopo, grazie all’incontro con Padre Agostino Gemelli, terziario francescano. Coltivare la dimensione interiore, seguire fedelmente i precetti del Vangelo e la preghiera quotidiana sono i suoi grandi punti di riferimento: “Io non ho la tessera di nessuno, l’unica tessera che ho è quella del battesimo”.

La Pira porta la fede e il continuo riferimento a Dio anche in Assemblea Costituente, dove è eletto tra le fila della Democrazia Cristiana: entra a far parte della Commissione dei 75 come membro della Prima sottocommissione, quella incaricata di redigere i principi fondamentali della futura Costituzione Italiana. Qui si scontra e si confronta con le altre grandi anime della Costituente, dai comunisti ai socialisti di Lelio Basso fino agli azionisti di Piero Calamandrei.
Il suo operato in aula è volto in particolare al riconoscimento dei diritti sociali, come ricorda lui stesso nell’intervento alla seduta plenaria del 11 marzo 1947, a Montecitorio:

Quando infatti si dice organismo naturale, o società naturale, traducendo quel termine tecnico latino che è la societas naturalis, si vuole intendere un organismo di diritto naturale, si vuole affermare cioè che esiste una struttura fra i rapporti familiari, la quale è connaturata alla natura spirituale, libera, ma associata, dell'uomo. […] Dobbiamo avere una visione storica, anche se non storicistica, delle cose — vi domando: «Esistono o no storicamente organismi nei quali, in concreto, gli uomini si associano religiosamente?». Esistono: è un fatto. Guardate in campagna; cosa vedete in un piccolo villaggio? C'è il campanile, la Chiesa, c'è il palazzo del comune; c'è la scuola, c'è la camera del lavoro, la casa del popolo.

La Pira vuole che la Costituzione abbia un preambolo, una dichiarazione che richiami i diritti dell’uomo ma anche la figura di Dio. Esprime questo desiderio alla Prima sottocommissione con una relazione che si apre con la domanda «Deve essere premessa nella Costituzione una Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo?». La risposta, per La Pira, è affermativa. Il deputato democristiano presenta poi alla sottocommissione un altro preambolo, in totale antitesi con lo stato fascista e con la concezione che questo aveva della persona umana, in cui siano dichiarati fin da subito i diritti inalienabili della persona e la radice spirituale della nostra società:

«Il popolo italiano, avendo sperimentato attraverso la dolorosa tirannia dello Stato totalitario fascista, come la dimenticanza ed il disprezzo dei diritti naturali dell'uomo e delle fondamentali comunità umane, siano davvero le cause massime delle sventure pubbliche, decide di esporre — come atto preliminare della sua nuova vita democratica e repubblicana — in una Dichiarazione solenne, questi diritti sacri ed inalienabili […] Pertanto esso proclama, al cospetto di Dio e della comunità umana, la Dichiarazione seguente dei diritti dell'uomo.»

La sottocommissione non approva il preambolo, così come non approva il richiamo a Dio nel primo articolo della Carta Costituzionale. Giorgio La Pira non si rassegna e nella discussione generale del progetto del 22 dicembre 1947, nel suo intervento, torna a ripetere:

«Come i colleghi sanno, ieri sera ho presentato alla presidenza una proposta, che il testo costituzionale sia preceduto da una brevissima formula di natura spirituale: In nome di Dio il popolo italiano si dà questa Costituzione.»

Come ricorda lui stesso, la formula in questione avrebbe messo d’accordo i mazziniani con il loro “Dio e Popolo”, ma anche marxisti e liberali: lo stesso Presidente Umberto Terracini afferma la difficoltà di approvare la formula nell’ultimo giorno di discussione per la delicatezza del tema.
Non se ne farà nulla poiché il rischio di una spaccatura dell’Assemblea su un tema così sentito convince La Pira, sollecitato da Palmiro Togliatti e Piero Calamandrei, a ritirare la formula: ecco perché la nostra Carta è approvata senza preambolo, differentemente dalle costituzioni spagnole, francesi e tedesche.

Neanche la fede trova spazio nella Costituzione laica che sta nascendo. L’unica formulazione inserita è nell’articolo 7, con il richiamo ai Patti Lateranensi, priva di qualsiasi invocazione a Dio e alle radici spirituali dell’Italia.
La Pira ricopre diversi incarichi istituzionali e nel 1951 viene eletto sindaco di Firenze, città che lo aveva accolto 25 anni prima. In ogni sua scelta, professionale e personale, è sempre guidato dai valori nei quali si riconosce appieno.    
Dalla Costituente a Palazzo Vecchio, La Pira continua a condurre una vita da asceta, immerso nella preghiera di terziario domenicano e francescano. Da “sindaco tra gli ultimi” di Firenze si dedicherà a quella che chiamava la sua vocazione sociale, la carità, al fine di coltivare il sentimento di solidarietà e accoglienza tra i cittadini.
 
RICCARDA LOPETUSO

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