Guglielmo Giannini, l'Uomo Qualunque

Guglielmo Giannini è un giornalista, commediografo e regista napoletano. Nato nel 1891 a Pozzuoli, inizia molto presto la carriera giornalistica e, dopo aver combattuto nella Prima guerra mondiale, intraprende l’attività di commediografo. In seguito, inizia a ottenere successo con le prime opere teatrali, generalmente di argomento giallo o poliziesco, pubblicate nel corso degli anni Trenta, mentre nei primi anni Quaranta è anche il regista di alcuni film. Convinto di una inevitabile sconfitta, è fortemente contrario all’entrata in guerra dell’Italia: quando nel 1942 perde il figlio Mario durante una battaglia, inizia a maturare un odio nei confronti della classe politica, verso la quale nutriva già un certo grado di disillusione.

Nel 1944 nasce il settimanale “L’Uomo Qualunque” con il sottotitolo “Abbasso tutti!” e un uomo schiacciato da un torchio come simbolo. Lo stesso anno, Giannini fonda il Fronte dell’Uomo Qualunque, contraddistinto dal motto “non ci rompete più le scatole”. Giannini firma anche l’editoriale del primo numero, poi diventato un vero e proprio manifesto del movimento:

Io sono quello che vedendo vilipendere i decorati al valore dissi che era una porcheria.

Io sono quello che quando assassinarono Matteotti dissi: – Questa è un’infamia.

Io sono quello che quando vidi la speculazione sull’assassinio di Matteotti dissi: – Adesso si esagera.

Io sono quello che quando Mussolini fece il discorso di Pesaro dissi: – Ma perché si occupa di finanze se non ne capisce?

Io sono quello che quando fu fatto il Concordato con il Vaticano dissi: – Bè, meno male, ci siamo levata questa spina dal cuore.

Io sono quello che, quando fu proclamato l’impero, dissi: – Bè, meno male, è finita e possiamo metterci a lavorare.

Io sono quello che, quando cominciò la guerra in Spagna, dissi: – Oh! Dio Santo!

Io sono quello che quando Galeazzo Ciano fece il discorso sulle naturali aspirazioni contro la Francia, dissi: – Ma insomma, la finiamo o non la finiamo?

Io sono quello che al 18 giugno del 1940, convinto di avere dodici milioni di baionette, la flotta sottomarina più potente del mondo, l’aviazione capace di oscurare il sole, dissi: – Bè, ormai ci siamo, sbrighiamoci, sistemiamo il mondo e mettiamoci a lavorare.

Io sono quello che, pochi giorni dopo, quando la battaglia delle Alpi dimostrò che non avevamo nemmeno le scarpe da montagna per i soldati, dissi: – Ma cosa fa il re?

Io sono quello che quando cominciò la guerra contro la Grecia, dissi: – Oh! Madonna mia!

Io sono quello che da quel momento continuai a dire: – Ma cosa fa il re? Ma come Badoglio ha permesso questo? Ma che fanno i principi, i collari dell’Annunziata, il Senato?

Io sono quello che la notte del 4 giugno 1944 uscì di casa, infischiandomene del coprifuoco, impazzendo di entusiasmo.

Io sono quello che un mese dopo dissi: – Qui non si fa che perder tempo e l’inverno si avvicina.

Io sono quello che incontrando l’ex gerarca, dissi: – Come, lei fa l’epuratore?

Io sono quello che ha detto: – Questi sono metodi e sistemi fascisti.

Io sono quello che ha venduto tutto per comprare il poco che ha potuto.

Io sono quello che non crede più a niente e a nessuno.

Io sono l’Uomo Qualunque.

Alle elezioni del 1946 il Fronte dell’Uomo Qualunque ottiene il 5,3% dei voti, vedendosi così assegnati 30 seggi all’Assemblea Costituente. Lo stesso Giannini si posiziona come terzo per numero assoluto di preferenze personali, dopo De Gasperi e Togliatti. Diventa quindi capogruppo alla Camera.

All’interno dell’Assemblea Costituente, l’Uomo Qualunque non ha mai fatto interventi degni di nota. Resta comunque memorabile la candidatura dell’unica donna dello schieramento presente in Assemblea, Ottavia Penna Buscemi, a Presidente della Repubblica.

Il pensiero di Giannini trova sostenitori soprattutto nella piccola borghesia dell’Italia meridionale, la quale non ha pienamente vissuto la lotta partigiana e che di conseguenza è la classe più disillusa nei confronti della politica. Il fascino che l’Uomo Qualunque suscita sui suoi elettori deriva anche dal linguaggio dei suoi esponenti, sempre irriverente e ironico: suo tratto distintivo, il ridicolizzare gli avversari politici storpiandone i nomi: Ferruccio Parri diventa quindi “Fessuccio Parri”, il Partito Comunista Italiano diventa il “Partito Concimista Italiano”, il giurista Pietro Calamandrei “Pietro Caccamandrei”.

Alle elezioni amministrative del 1946 il Fronte ottiene un grande risultato, riuscendo persino a superare di seimila voti la Democrazia Cristiana. Grazie all’appoggio da parte degli Stati Uniti, la Democrazia Cristiana riesce ad allontanare il Partito Comunista e a recuperare voti. Questo, insieme alla difficoltà del Fronte di trovare una linea attuativa della propria politica, decreta la fine del partito, il quale non si presenterà mai più alle elezioni. Guglielmo Giannini muore nel 1960 e nello stesso anno il settimanale “L’Uomo Qualunque” chiude i battenti.

L’ideologia del movimento, definita “qualunquismo”, diventerà ben presto un termine ancora in uso nella lingua italiana, a indicare un atteggiamento di sfiducia e disinteresse nei confronti della politica. Nel 1972 sarà lo scrittore Alberto Moravia, nell’introduzione al libro “Il qualunquismo e l’avventura di Guglielmo Giannini” di Gino Pallotta, a utilizzare per primo questo termine.

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