La lingua e le parole della Costituzione

“Ecco: questo progetto di Costituzione si sente che non è stato scritto da Ugo Foscolo...”

Dal discorso di Piero Calamandrei in Aula, 4 marzo 1947

Dal momento della sua approvazione la Costituzione è considerata il modello di riferimento per la redazione di una legge in virtù della sua comprensibilità. Il linguista Tullio De Mauro ha sottolineato «l’eccezionalità linguistica della Costituzione rispetto alla frustrante illeggibilità del corpus legislativo italiano». Il testo della Carta è infatti unico nel suo genere per la chiarezza. Sempre De Mauro fa notare che il testo è «lungo 9.369 parole, che sono le repliche, le occorrenze di 1.357 lemmi. Di questi 1.002 appartengono al vocabolario di base italiano». Questo perché ogni frase doveva essere capita da chiunque, anche da quel 59,2% di cittadini sopra i 14 anni privi di istruzione elementare dell’immediato dopoguerra.
La facilità di comprensione non è una scelta casuale, ma precisa, e porterà Piero Calamandrei, in un mirabile discorso pronunciato in Aula il 4 marzo 1947, a coniare il motto “Chiarezza nella Costituzione”.

«È un po’ successo, agli articoli di questa Costituzione, quello che si dice avvenisse a quel libertino di mezza età, che aveva i capelli grigi ed aveva due amanti, una giovane e una vecchia: la giovane gli strappava i capelli bianchi e la vecchia gli strappava i capelli neri; e lui rimase calvo. Nella Costituzione ci sono purtroppo alcuni articoli che sono rimasti calvi».

Il discorso è un’esortazione alla redazione di un testo trasparente, chiaro, facilmente comprensibile.

«Ora, vedete, colleghi, io credo che in questo nostro lavoro soprattutto ad una meta noi dobbiamo, in questo spirito di familiarità e di collaborazione, cercare di ispirarci e di avvicinarci. […] Il nostro motto dovrebbe esser questo: “chiarezza nella Costituzione”».

La parte più emozionante del discorso è il riferimento agli uomini che sono morti per permettere all’Italia di diventare uno Stato democratico e che, per Piero Calamandrei, sono i veri autori della Costituzione.

«Seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri di cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti, che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti […] Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all'Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile; quella di morire, di testimoniare con la resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole; quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno: di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini, alleati a debellare il dolore».

Secondo Piero Calamandrei è quindi importante che la Costituzione sia chiara e comprensibile a tutti al fine di garantire ai cittadini la possibilità di partecipare alla cosa pubblica. Ecco perché, una volta discusso il testo, questo è poi stato affidato alle mani di Pietro Pancrazi, scrittore e critico letterario del “Corriere della Sera”.
La versione finale del testo è poi sottoposta a una Commissione composta dallo stesso Pancrazi, da Concetto Marchesi e dal saggista Antonio Baldini, che poco prima dell’approvazione finale del 22 dicembre 1947 consegnano un testo composto da periodi brevi, con una frase principale che precede le poche subordinate e che vede una forte assenza di incisi e di rimandi. Dal punto di vista verbale è utilizzato un indicativo presente con valore prescrittivo e raramente sono utilizzati il congiuntivo e il gerundio.
Ma ciò che scrivono i revisori è anche messo in discussione dall’Aula. Molte proposte di modifica sono infatti respinte dai Costituenti, una su tutte quella di sostituire all’inizio del secondo comma dell’art. 3 – E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale… - la parola “compito” con “ufficio”, quest’ultima considerata troppo aulica e distante dall’italiano di uso comune.
Per usare le parole del costituente Gustavo Ghidini pronunciate nella seduta dell’8 marzo 1947, ogni membro dell’Aula si è applicato nella stesura dei testi tenendo “tra le mani una bilancia per pesare le parole, una bilancia la quale ha una sensibilità che è ancora maggiore di quella dell’orafo”.

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