Le donne dell'Assemblea Costituente - La tenacia di Bianca Bianchi

Bianca Bianchi è una delle 21 donne elette all’Assemblea Costituente. Nata a Vicchio nel 1914, è professoressa di filosofia in diverse città italiane. A causa dei metodi di insegnamento anticonvenzionali, tra cui l’inserimento della cultura ebraica nel programma didattico, è allontanata dalla professione e costretta ad accettare un incarico come insegnante di italiano in Bulgaria. Alla caduta del regime, Bianca Bianchi partecipa alle azioni partigiane come staffetta e si iscrive al PSIUP: è quindi eletta all’Assemblea Costituente con 15 mila voti, più del doppio del capolista e futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

All’epoca Bianca Bianchi ha 32 anni e, insieme a Teresa Mattei, ricopre la carica di Segretaria della Presidenza dell’Assemblea Costituente. Ecco come la deputata racconta il suo ingresso in Aula:

“Sono molto tesa quando entro per la prima volta nell’aula della Camera. Sento gli sguardi degli uomini su di me. Cerco di osservare gli altri per liberarmi dal senso di disagio. Lentamente entrano i deputati eletti nelle liste di quindici partiti: li guardo attraverso l’emiciclo, prendere posto secondo una geografia politica molto rigida. (…) Ci sono due porte d’ingresso in aula: una a sinistra, una a destra. I compagni mi hanno avvertito di non sbagliare per non trovarmi mescolata a “reazionari politici” e tradire l’ideale. Io avevo già sbagliato: ho attraversato l’emiciclo e mi sono seduta nel terzo settore a sinistra, terzo banco” (da "Alle origini della Repubblica. Donne e Costituente", a cura di Marina Addis Saba, Mimma De Leo, Fiorenza Taricone, Presidenza del Consiglio dei ministri, Commissione Nazionale Parità, 1996).

Durante i lavori dell’Assemblea Costituente, Bianca Bianchi si scontra con gli uomini del suo partito e di quelli avversari, i quali accettano con difficoltà la presenza delle donne in Aula e la osteggiano fin dal suo primo intervento:

“Poi, metto insieme il mosaico di parole e di sguardi e: Dio, ce l’hanno con me. Sono io l’accusata. Non vogliono che parli sulle dichiarazioni del Governo. Chi mi ha autorizzato? Ho avuto forse l’incarico dal partito? Non so che ogni intervento in aula deve essere discusso e approvato dagli organi direttivi? (…). Non si può parlare quando si vuole (…). Posso essere brava a fare un comizio ma, che diamine, parlare alla Camera è un’altra cosa (…). La più accanita contro di me è Lina Merlin: ma guarda, penso, una donna contro un’altra donna, dovrebbe sostenermi, aiutarmi. Sono ferita nell’amor proprio e decido di non permette nessun boicottaggio su di me. (…) è diventata una sfida. Ingoio saliva amara, la pelle mi brucia addosso come fosse stata frustata, ma resto in silenzio. Non siamo i rappresentanti di coloro che ci hanno dato il voto? Per loro parlerò”.

Il 22 luglio 1946 Bianca Bianchi riesce a prendere la parola ed è un trionfo

“Quando finisco il presidente (Saragat, nda) si alza, viene verso di me, mi stringe la mano e si congratula: l’assemblea si leva in piedi con un applauso prolungato. I miei colleghi di partito mi accolgono sorridenti con gli occhi umidi di triglia morta”.

Durante i lavori dell’Assemblea, Bianca Bianchi è attiva in particolare sui temi della scuola, delle pensioni e dell’occupazione, ma anche su argomenti di natura familiare come la tutela giuridica dei figli naturali, l’obbligatorietà del riconoscimento materno, la ricerca di paternità, l’unificazione dei servizi assistenziali dei figli illegittimi

In seguito, cura una rubrica dedicata all’educazione su La Nazione intitolata “Occhio ai ragazzi” e continua a essere attiva politicamente fino agli anni Settanta, ricoprendo la carica di Vicesindaco di Firenze e Assessore alle questioni legali e affari generali. Al termine del mandato, Bianca Bianchi non si ricandida e si dedica alla scrittura. Tra i suoi libri più famosi c’è l’autobiografico “Il colore delle nuvole”.

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