Vittorio Foa, la Costituzione del sindacalista

È morto dieci anni fa, nel 2008, ed è stato uno degli ultimi Padri Costituenti a lasciarci.
È considerato uno degli esponenti di spicco della sinistra italiana, anche se all’Assemblea Costituente era stato eletto tra le file del Partito d’Azione. Tutti lo considerano uno dei Padri della Repubblica, e non si può non essere d’accordo.
Vittorio Foa è stato testimone e protagonista di tutta la nostra storia recente, dagli albori del fascismo all’inizio della seconda Repubblica, aderendo poi, un anno prima della morte, al Partito Democratico.
 “Mi è stato chiesto quali elezioni italiane ricordassi con maggior forza. Ho risposto che ricordo nettamente quelle tenute il 6 aprile 1924. Quel giorno ho avuto piena coscienza che bisognasse lottare contro il fascismo. Avevo 13 anni: andai con alcuni amici coetanei a Borgo San Paolo, che era un quartiere operaio torinese; vidi la tristezza degli operai, perché stavamo perdendo la democrazia; quella tristezza m’invase e da quel momento non ebbi alcun’esitazione a disubbidire”.
Il ragazzino tredicenne che vede la democrazia spegnersi in Italia è torinese, nato nel 1910 da una famiglia della borghesia ebraica.
Si laurea in Giurisprudenza ed incontra Leone Ginzburg che lo avvicina al movimento “Giustizia e Libertà”.
Sono gli anni ‘30, il regime fascista controlla l’Italia. L’antifascista e cospiratore Foa è arrestato e condannato al carcere.
A causa delle sue idee soffrirà per lunghi otto anni la solitudine e la mancanza di Libertà, il suo valore di riferimento.
È scarcerato nel 1943, in tempo per combattere la Resistenza con i “Giellini”, i fazzoletti verdi di Giustizia e Libertà.
Nel 1946 è eletto alla Costituente per il Partito d’Azione, movimento che si scioglierà due anni dopo ma di cui facevano parte anche Ferruccio Parri e Piero Calamandrei.
Vittorio Foa pur se poco più che trent’enne, da antifascista liberale e laico entra nella super Commissione dei 75, gli incaricati di redigere il progetto di Costituzione Italiana.
“Ero già grande, avevo trentacinque anni, immerso a pieno tempo nella politica. Ero stato eletto deputato all' Assemblea Costituente, mi trovavo in una posizione di prestigio. Facevo parte di quelli che stavano scrivendo la Costituzione, quella che ha poi retto la nostra Repubblica per tanti anni.”
Foa, tanti anni dopo ricorda il suo ruolo alla Costituente come una posizione di prestigio, un compito da svolgere con impegno e serietà, pensando al bene di tutti, alle libertà di tutti.
Si è battuto e impegnato nella stesura degli articoli 39 e 40, quelli che riguardano le libertà sindacali e il diritto di sciopero.
“L'impronta con la quale il diritto di sciopero rinasce nella legislazione italiana, dopo tanti anni di divieto, la solennità con la quale rinasce è tale, il senso di misura e il senso di fiducia sono tali, che noi possiamo augurarci che questo senso di misura e di fiducia presieda all'esercizio del diritto di sciopero negli anni futuri”.
Il 12 marzo 1947, dinnanzi alla Costituente, Vittorio Foa salutava il ritorno del Diritto di sciopero nel nostro paese.
L’articolo 40 in Assemblea Costituente fu assai dibattuto. Già nella sottocommissione che aveva preparato il progetto di Costituzione erano emersi diversi schieramenti. I primi, socialisti e comunisti (tra cui Giuseppe di Vittorio) consideravano lo sciopero come uno strumento di lotta, un mezzo di difesa della dignità umana dei lavoratori e ne pretendevano il riconoscimento nella carta costituzionale. Gli altri Costituenti, tra cui diversi cattolici, preferivano non inserire lo sciopero nella Costituzione e ritenevano la sede legislativa come la più idonea a regolamentare il diritto di sciopero.
Alla fine in Assemblea, su ispirazione della Costituzione francese del 1946, grazie alla mediazione del Costituente Merlin (Dc) l’articolo 40 venne approvato.
Vittorio Foa, pur se eletto tra le file del Partito d’Azione, insiste per il riconoscimento del diritto di sciopero all’interno della Costituzione:
“Io veramente ho timore che, se nell'atto in cui si afferma il diritto di sciopero, si rinvia genericamente la sua disciplina alla legge, si disciplina senza precisare l'orientamento ed i limiti dell'attività legislativa in questa materia, si venga a svuotare questo diritto non nei fatti, poiché esso è affidato alla coscienza democratica del paese, ma nella sua portata costituzionale. Io temo cioè che se si riconosce un diritto e, nell'atto stesso in cui lo si riconosce, si dice puramente e semplicemente che esso sarà disciplinato dalla legge, ciò equivalga a dire poco più di questo: che esiste un potere legislativo che potrà occuparsi di questa materia.
In realtà, quando noi, Assemblea Costituente, abbiamo dovuto regolare le libertà e i diritti in tema di rapporti civili e in tema di rapporti etico-sociali, mai ci siamo limitati a rinviare alla legge la disciplina della libertà o del diritto che noi affermavamo, ma precisavamo dei dettagli, precisavamo quali sarebbero stati i limiti e i vincoli di questa attività legislativa. Quando abbiamo fatto questo, non è stato per invadere la sfera di competenza dell'attività legislativa, ma è stato solamente per cautelarci contro lo svuotamento di un diritto, riconosciuto nella Costituzione, attraverso l'attività legislativa.
Noi abbiamo fatto tutti un'amara esperienza del modo come sono state conculcate, svuotate e compresse, attraverso l'attività legislativa, le libertà democratiche, pur restando esse formalmente ancora legate ad una Costituzione.
Io ritengo, perciò, che se la Costituzione deve rinviare, vuole rinviare alla legge la disciplina del diritto di sciopero, deve precisare entro quali limiti la legge lo regolerà, altrimenti credo veramente che sia più coerente la tesi sostenuta dall'onorevole Giannini, il quale dice: Noi vogliamo vietare lo sciopero. Ma se si vuole affermare il diritto di sciopero, dobbiamo preoccuparci che questo diritto non venga svuotato attraverso l'attività legislativa. In questa ipotesi, io mi domando se non sarebbe preferibile omettere del tutto la menzione di questo diritto nel testo costituzionale.” (Assemblea Costituente, 12 marzo 1947).
Dal discorso di Foa in Assemblea emerge la sua vicinanza al mondo del lavoro  e del sindacato, a cui si dedicherà nel resto della sua vita.
Nel proseguo della sua attività politica, sciolto nel 1948 il Partito d’azione, il Padre Costituente passerà con i socialisti ma soprattutto sarà a fianco dei lavoratori e degli operai come sindacalista, da vicesegretario della CGIL a fianco di Giuseppe Di Vittorio, padre del Sindacato italiano. Ma, come ripeterà spesso, non sarà mai un Comunista.
Vittorio Foa, fine intellettuale e innovatore, proveniva da una famiglia ebraica, anche se i suoi genitori non erano particolarmente religiosi. Ateo, da subito si sente particolarmente vicino al movimento degli operai, ma non aderisce al comunismo perché in loro manca il tema della libertà.
In un’intervista del 2005, Vittorio Foa ricorda con tenerezza e orgoglio il suo compito di Padre Costituente: “Io sono entrato molto giovane alla Costituente subito dopo la guerra di liberazione, ma avevo dietro di me molte vicende… C’erano dei conflitti molto forti nella Costituente, tra destra e sinistra, con accenti molto duri, spesso personali, ma la cosa che mi colpì subito fu che mentre al mattino si discuteva della politica di governo, quindi con forte conflitto tra destra e sinistra, al pomeriggio si lavorava alla stesura delle regole serenamente, quando ci impegnavano nelle regole diventavamo tutti per cosi dire amici tra noi”.
Negli ultimi due anni della sua vita sarà iscritto al Partito Democratico di cui è uno dei fondatori.
Vittoria Foa, uno dei Padri dell’Italia Repubblicana: testimone della prima guerra mondiale, della Resistenza, della Costituente e del sindacato, ha attraversato tutta la nostra storia. Padre della sinistra italiana, vicino al mondo del lavoro, ma uomo pieno di coraggio e fedele sempre al valore supremo della libertà.
Nel 2005, novantacinquenne, Vittorio Foa continuava a ricordare l’ideale per cui si era battuto da ragazzo; con il peso degli anni e delle esperienze nel mondo politico e del lavoro, ci lasciava un pensiero su cosa intendere per Libertà e si direbbe che le sue parole suonano quanto mai attuali: “Quando si parla di diritti di libertà non si deve parlare in prima persona, ma si deve pensare ai diritti di tutti. Solo associando ai diritti il valore collettivo noi possiamo dare un senso ai diritti”.

Riccarda Lopetuso

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