Le donne dell'Assemblea Costituente - Ottavia Penna Buscemi

Ottavia Penna Buscemi è una donna di nobili natali. Nata a Caltagirone, figlia di un barone e di una duchessa, cresce in una famiglia in cui l’impegno politico è preso molto sul serio. Il nonno paterno è stato infatti un deputato liberale, mentre la sorella Carolina sarà sindaco di Caltagirone negli anni Cinquanta.

Durante l’ultima guerra, la baronessa si aggira di notte per prelevare dalle proprie campagne la carne macellata e portarla nelle case delle persone più povere della zona, oppure per tagliare con un coltello i sacchi di grano che i baroni della zona destinavano al mercato nero invece che al mercato “ufficiale”.

Dopo gli studi compiuti tra la Toscana e Roma, torna in Sicilia e si sposa con il medico Filippo Buscemi. Nonostante la fede monarchica, è conquistata dalle idee del Fronte dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, con il quale si candida alla Costituente. I suoi concittadini calatini le riservano 11.675 preferenze nelle elezioni del 2 giugno 1946, portandola così all’Assemblea. Il suo principale contributo, insieme a quello delle altre donne, è rivolto all’articolo 3 della Costituzione che respinge ogni discriminazione, anche di sesso.

Durante i lavori dell’Assemblea non interviene mai e non presenta interrogazioni, tuttavia sostiene alcuni emendamenti e due ordini del giorno sull’istruzione professionale e sull’istituzione delle regioni. Non crea neanche un forte legame con le colleghe, preferendo mantenere un profilo basso e riservato. Molti anni dopo la democristiana Angela Gotelli la descriverà come una signora distinta “con cui c’erano rapporti cortesi ma che non fece mai gruppo con noi”. Fa comunque sfoggio della sua personalità attraverso una fitta corrispondenza con personalità politiche e diversi interventi sugli organi di stampa.

Il suo viaggio all’interno della Costituente ha rilievo nazionale quando Giannini la candida a Presidente della Repubblica in qualità di “donna colta, intelligente, una sposa, una madre”: è la prima e unica donna dell’Assemblea a concorrere alla nomina e riuscirà ad arrivare terza con 32 voti, dopo Enrico De Nicola con 396 voti e Cipriano Facchinetti - colui che ha proposto Il Canto degli Italiani come inno nazionale - con 40.

Nel 1948 Alcide De Gasperi la interpella a proposito dei provvedimenti urgenti da prendere in favore degli indigenti in Sicilia. Nella lettera di risposta Penna Buscemi sostiene l’importanza di adottare dei sussidi in denaro e sottolinea il bisogno di attuare un vero e proprio programma volto a “combattere l’ignoranza tremenda del nostro popolo”: tutto deve partire da una ricostruzione di vie, case e scuole rese inagibili dalla guerra e dalla creazione di ricoveri per quei bambini abbandonati che sulla strada “apprendono la delinquenza, sin dalla tenera età”. Su quest’ultimo punto si prodiga lei stessa, fondando a Caltagirone l’associazione assistenziale “La città del ragazzo”.

A livello politico Penna Buscemi ha dei dissensi con Giannini che la portano a dimettersi dal Fronte dell’Uomo Qualunque e ad aderire all’Unione democratica nazionale. Alle elezioni amministrative del 1953 è eletta nelle fila del Partito monarchico ma, ormai delusa dalla politica, si ritira a vita privata nel palazzo di famiglia di Caltagirone dove resterà fino alla morte, nel 1986.

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